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La Storia

Corleone ha origini molto antiche risalenti alla prima fase del neolitico nel sesto millennio a.C.
Sull’origine di Corleone sono aperte molte discussioni anche se sono tutti concordi nell’affermare che la posizione geografica del paese è stata molto utile nell’antichità per una serie di scambi commerciali.
Infatti, venne appellata “Animosa Civitas” perché presente in tutte le guerre combattute in Sicilia. Posta a metà strada dalla vecchia statale Palermo - Agrigento, contrattava una delle arterie principali e, quindi, strategiche dell’isola.
Si trova adagiata in una conca, è protetto da una corona di roccia calcarea che costituiscono un unicum geologico.
Scenario suggestivo creano, accendendo curiosità ed interesse la “Rocche Gemelle”, una ad est del centro abitato dove è ubicato il castello Soprano con i resti dell’antica torre di avvistamento saracena e l’altra al centro del paese in un blocco calcareo geologicamente crollata dalla montagna frontale e su cui è stato edificato il castello medievale ora eremo dei Francescani. Proprio ai piedi del castello Soprano si può ammirare uno spettacolo della natura, “La Cascata delle due rocche” formata dal salto del torrente S. Leonardo, affluente sinistro del fiume Belice, Che crea un suggestivo laghetto naturale circondato dai resti di un acquedotto di fattura probabilmente araba.
Tale torrente con la cascata scorre all’interno di una vera gola naturale formando un Canyon percorribili al suo interno nel periodo estivo.
Le origini di Corleone non sono nette e precise, e fino a poco tempo fa si facevano risalire agli Arabi che nel 840 occuparono la zona compresa tra Caltabellotta e la valle Platani.
Gli scavi archeologici condotti sulla montagna vecchia da Angelo Vintaloro a partire dagli inizi del '90, testimoniano invece che l’attuale impianto urbanistico ha una storia ben più lontana.

Fonti storiche parlano della Polis di “Schera”, mentre alcuni recenti reperti fanno risalire le origini ad epoca preistorica.
In mezzo ai boschi della montagna di Busambra e di Barraù, in mezzo ai rivoli dei Margi, di Donna Giacoma, di Malvello, di Fratina, di Torrazza e del Battimani sulla “Vecchia” forse nasceva “Schera”, da cui sarebbe sorta l’odierna Corleone. Queste nostra contrada Corleonese come tutta la Sicilia occidentale al di qua del belice fu sicana, fenicia, eremita dove meno si fece sentire l’influenza Greca.
I Greci amavano fermarsi sulle spiagge marittime perchè: collegamenti con la madre patria erano più facili. Plinio riporta Schera come una tante “Civitas”, previste dalla Rupilia ed Aquila. Queste cittadine, considerate entità amministrative, erano, in Sicilia circa 65: Jato, presso S. Giuseppe Jato, Macella (sul Busambra), Ippana (vicino Prizzi), Eubella ( presso Contessa), Adrano ( presso Sambuca), Pirama ( presso lercara), Epano Civitas che si raddensavano LUNGO IL CORSO DEL Belice, dell’Eleuterio e del Platani. Di tutte rimangono oggi i cocci e i frammenti. Inoltre rimane qualche testimonianza nelle parole di Polibio e Diodoro Siculo Cluverio che cita come su fonte ( Vers. III 43) Cicerone, Plinio il Vecchio (Lib.III 90) e Tolomeo. Cluverio corregge il mone Acherini di Cic. in Scherini.

Su questo periodo storico, comunque, possediamo poche testimonianze che ci permettono una costruzione esaustiva e completa della storia dei Corleonesi o “Scherini”.
Sul fondo  dei secoli lontani si vedono muovere Greci e valorosi Romani. Di questi sentiamo la gloria e pensiamo che un riflesso debba pur essere giunto puro a noi perché con i nostri padri hanno combattuto. Possiamo supporre che in questo groviglio di flussi e riflussi di popolazione, di sfasciarsi di abitati tra guerre e rivoluzioni sia sorta Corleone.
Circondata da boschi, da tenute demaniali nelle quali la vita era più facile al riparo dei soprusi dei privati, con abbondanza di acque e campi, avrà offerto condizioni favorevoli al suo sviluppo.
Sembrerebbe che proprio per la sua ricca produzione agricola avesse di fronte alle città siciliane un’importanza maggiore di quella che oggi gode. Gli Arabi il 16 Giugno 872 riescono a sbarcare a Mazzara del Vallo e da lì lentamente avanzano verso Palermo per poi affacciarsi nel territorio Corleonese. Corleone cade sotto il giogo arabo tra il 12 novembre 839  e il 30 ottobre 840.

La prima data certa che può aversi su Corleone è la nascita di S. Leoluca, tra l’815-818 in epoca musulmana. Leoluca, un giovane montanaro dall’animo forte  e diritto fugge da Corleone in cerca di un luogo che gli dia pace e sicurezza. Quando lui va peregrinando verso i monti della Calabria, i Saraceni erano fin dall’827 sbarcati a Mazzara e avevano allargato le loro conquiste ma non si erano ancora impossessati delle nostre contrade. Sui monti gli invasori dovettero trovare maggiore resistenza.
Sotto la signoria araba Corleone acquista maggiore importanza anche se le sue condizioni furono di sottomissione ai dominatori e di obbligo a pagare “gizych” (gizia) proporzionale alle proprie ricchezze e il “Kharaf”. Nel dizionario geografico complilato verso il 1228 Corleone è fra le 23 città esistenti in Sicilia.
Essa, quando nel 966 il califfo Fatimita Moezz ordinò che i musulmani, militari e nobili, si ritirassero dai villaggi nei capoluoghi, fu scelta a capo dell’Klim, circoscrizione militare e forse civile.

Dal momento che condizione necessaria perché fosse scelta era che vi sorgesse una moschea, a Corleone vi sarà stata.
La tradizione , infatti parla della chiesa di Sant’ Andrea come moschea.
La porta era quella di via cammarata e l’attuale campanile di S. Pietro doveva essere la torre del muezin, da dove era bandita la preghiera.
Il portale e la facciata hanno delle caratteristiche, nella lavorazione della pietra squadrata simili alla torre saracena che si erge sul vertice del Castello superiore, da dove la sentinella scrutava tutta la vallata e avvistava quanto  avveniva sulle spalle dell’altopiano della Scala.
Altra testimonianza è il nome della contrada Marabutto che per gli arabi è il tempio della tomba di un qualche santone. Infatti in quella contrada esiste “La casa del monaco”  e lì sorse il primo monastero Benedettine sotto gli auspici del conte Ruggero.
Non si possiedono testimonianze della parte che Corleone ebbe nelle guerre e nelle rivoluzioni insanguinarono la Sicilia per conquistare la sua indipendenza. Si può dire, però, che furono i musulmani a dividere l’isola in tre province dette “valli”: Mazara, Demone e Noto. Corleone appartenne sempre al Vallo di Ma zara, la prima conquista degli invasori e dove fondarono le prime colonie, introducendo gli schiavi per le coltivazioni dei campi. La fertilità dei campi indusse sicuramente gli arabi ad una politica agricola con l’introduzione di nuove colture.

Da una citazione si legge<< Piantano limoni ed aranci amari. Per quanto ne sappiamo, introducono i primi semi di cotone, i primi gelsi e bachi di seta, la palma da dattero, il sommacco per conciare e tingere, il pistacchio ed i meloni, e tutto questo porta ad una sostanziale trasformazione dell’economia. Probabilmente si deve  a loro la prima coltivazione del riso e sembrano che introducano nuove varietà di grano>> (V. DM. Smith ).
A Corleone i latifondi utilizzati per le colture estensive e da pastorizia sono bastevoli. Basta pensare a quelle contrade che oggi risentono della primitiva toponomastica arabi: i feudi di Barraù, Batticani, Bellavuta, Busammara, Raia, Raseddu, Rau, Riddoccu. Tali feudi organizzati in <<Massae>> e <<curtes>>, diventano le future << inchiuse e masserie>>.
A lavorare la terra sono <<burgisi>> ed i <<villani>> e pagano il tributo di sicurtà. In epoca romano-bizantina sviluppata è la pastorizia come testimonia Diodoro Siculo:<< è presente una forte e numerosa classe di liberi pastori, senza capanne, senza tuguri e sedi fisse>>.

Comunque alcuni terreni di origine araba delle nostre contrade ci sono pervenuti intatti oggi e vengono utilizzati nella lingua dialettale.
- Barraù =Barr- terra, rà un- pascolo
-Batticani=uàdi-vallone, ayn- sorgente
-Bellavuta=inc.
-Busammara=inc.
-Calatabusammara=gal’ atabù - samar, rocca di colore bruno
-Gibilcanne=geleb’ ayn – monte della sorgente
-Marabbinu=marà abìn
-Marusa=marà à ùzah, pascolo povero
-Margi=marg, luogo paludoso
-Raia=rPalermoiah – ormento alla postura
-Ramusa=rams-tombe
-Rasseddu=ràs-ar-rasàd, capo dell’osservatorio
-Rau=ràhù, terreno elevato
-Riddoccu=inc

I Normanni, astuta gente del nord, avventuriera e mercenaria, alla guida di Roberto il Guiseardo, occupano l’estremo lembo della penisola italiana, con il riconoscimento del pontefice Nicola II che lo investe a Melfi del ducato di Puglia e Calabria, intanto la dominazione araba raggiunge i traguardi della decadenza politica tanto che divenne una guerriglia tra le maggiori famiglie musulmane di Sicilia.
In questa situazione di  precarietà politica e militare i Normanni progettano di conquistare dalla Sicilia al Gratella. Ruggero che viene a patti con l’emiro Ibn-at Tumnah insieme ad altri arabi di Catania e Siracusa, spianando la strada dello stretto e della conquista di Messina(1060). Ci vorrà un trentennio per assoggettare l’intera isola.
Infatti dopo che Roberto strappa la città di Bari e Brindisi(1071), trasferisce la sue forze in Sicilia in aiuto al fratello Ruggero.
Nello stesso anno cade Catania; nel 1072, dopo un assedio prolungato e deleterio, viene occupata Palermo; nel1077 è la volta da Trapani.
Però nel piano militare di Ruggero non figura né si realizza una immediata aziona militare dell’entroterra-siciliano, nonché delle zone costiere del sud.
Bisogna ancora aspettare il 1086, quando cadono sotto l’egemonia normanna Caltanissetta, Enna, Agrigento e Licata.
La conquista normanna di Corleone è presumibile intorno al 1075.

Corleone con i suoi due castelli(superiore ed inferiore) è senza dubbio una fortezza normanna dal punto di vista militare, mentre è da presumere che per altri aspetti subisca il destino della demanializzazione, al pari di Partitico, Cacciamo, Castronovo.
Agli inizi del dominio normanno, cioè con il conte Ruggero , Corleone non subisce un particolare destino, all’infuori dell’assegnazione ai suoi seguaci dei feudi nelle vicinanze all’abitato.
Alla morte del conte Ruggero succede, il figlio Ruggero, che<<viene incoronato nel Duomo di Palermo nel 1130 <<rex Siciliae>>, con uno sfarzo mai visto che desta stupore e meraviglia nei contemporanei e muove la fantasia di poeti ed artisti>>.
Corleone, poi, sotto il regno del figlio Guglielmo II, subisce il passaggio al demanio ecclesiastico assieme al monastero della Maddalena.
Inoltre, Guglielmo II fece costruire il duomo di Monreale “ nel Gennaio 1180 l’arcivescovo di Palermo conferma la concessione del castello  di Coniglione con le chiese del monastero della Maddalena”.
Sotto Guglielmo II Corleone rientra nei territori assegnati all’arcivescovo di Monreale, come risulta dal diploma dello stesso re normanno del 1182.
Guglielmo II è ricordato anche per la sua grande tolleranza tanto da essere chiamato da Dante “Il giusto rege”.
Con i Normanni, a differenza dei musulmani che avevano riservato tutti i beni allo stato, si ha una nuova ristrutturazione del latifondo.
Questo viene in parte assegnato alla corona(demanio regio), in parte a chiese e conventi(demanio ecclesiastico) e in parte a compagni d’arme(feudi), con il relativo pagamento delle segrezie, delle decime e dei terraggi.

A coltivare la terra erano villoni borghesi, i quali pagavano censi terraggi segrezie.
Guglielmo II, però, non aveva eredi e quindi fece sposare la zia Costanza D’Altavilla(figlia di Ruggero II) ad Enrico VI di Svevia(figlio di Federico Barbarossa); in questo modo la Sicilia passa dal dominio normanno a quello svevo che durerà dal 1194 al 1266. Enrico VI, per togliere di mezzo qualsiasi possibilità da rivolta fece uccidere gli ultimi principi Normanni.
Così i siciliani musulmani incominciano a insorgere contro gli svevi. I Normanni avevano sottomesso i musulmani, ma la loro tolleranza aveva fatto sì che fosse mantenuta la pace fra le varie religioni. Gli arabi erano stati ottimi geografi matematici, astronomi etc.
L’arrivo degli svevi segnò la fine di questa pace fra le varie etnie perché essi iniziarono una vera e propria persecuzioni nei confronti dei musulmani.
Per risolvere definitivamente della resistenza musulmana Federico II di Svevia (Federico e successore di Enrico VI) nel 1225 li sottomette.
Tre anni dopo li fa deportare in Calabria confiscando le loro proprietà e di conseguenza, spopolando il territorio siciliano in generale è quello di Corleone.
Un condottiero longobardo Ottone de Camerana, si era distinto con i suoi nomini  durante l’assedio di Brescia.
Per ringraziarlo della sua fedeltà Federico II gli diede la colonia di Corleone ormai spopolata dalla deportazione musulmana Oddone e i suoi nomini vi si insediarono e si divisero i territori, mettendoci radici.

L’imperatore era contento di aver insediato in una zone ostile un gruppo di fedelissimi.
Tutto andò per il meglio fino al 1250 quando muore Federico II. In questi anni i siciliani insorgono perché erano ormai stufi di vedere morire i propri cari.
Il Malaspina ci racconta:« fu prima a levarsi in quei dittorni Corleone… tanto che la città fu soprannominata “L’animosa”». Così la cittadella si alleò a Palermo mandando gli emissari a fissari i patti di alleanza e scatenò la sua furia contro gli invasori. Con l’appoggio di Bonifacio De Camerana ( figlio di Oddone) uccidevano qualsiasi francese gli si presentasse davanti. Rimane il ricordo di questi giorni nei nomi dati alla fontana nella gola della montagna vecchia (acqua della pietà e al fiume Batticani).
La Pietà era invocata dai Francesi prima di essere uccisi e come cani furono picchiati vicini al fiume che cercarono inutilmente di attraversare.
I Vespri rappresentano nella stria della Sicilia un momento molto importante: per la prima volta i siciliano scacciarono gli invasori con le loro forze contro un nemico molto forte, quale il papato.

In seguito Bonifacio De Camerana alla testa di tremila Corleonesi andò a dar man forte a Palermo. Cacciati gli angioini, il parlamento siciliano decise di chiamare nell’isola re Pietro III di Aragona, discendente dei Normanni. Sbarcò a Trapani il  30/08/1282 mettendosi alla guida del governo e dell’esercito. Ma i francesi e il papato non si rassegnarono così velocemente alla perdita dell’isola, anzi… inizia con il Vespro “ La guerra dei Novant’anni” contraddistinta da tre trattati di pace: quello di Caltabellotta del 1302, che segna il distacco della Sicilia dal regno di Napoli, quello di Catania 1347, e quello dei Avignone 1372.
Durante il periodo di anarchia, susseguente la morte di Federico II, anche Corleone si trasformò in Repubblica; poi appoggiò il tentativo di Manfredi contro Carlo D’Angio fratello di Luigi IX inviando i suoi militi a Benevento. Il 26 febbraio 1251 le truppe sveve e francesi si scontrano a Benevento e qui Manfredi viene sconfitto e ucciso. La reazione dei vincitori angioini fu duplice, sul piano militare e sul piano civico: nel 1268 furono inviati a Corleone 36 “milites” e 67 “argeri” col compito di far rispettare l’autorità ad ogni costo. Il vescovo Guelfo dal canto suo iniziò una lunga vertenza con i Corleonesi sulla questione delle “Decime”, una tassazione straordinaria più forte di quella governativa. Fu introdotta una moneta chiamata “Bigliolino” che conteneva solo 1/48 di argento e i siciliani dovevano pagare il valore nominale in oro.
L’esplosione del vespro del 1282 vide Corleone tra le prima città ad accorrere in aiuto del moto scoppiato a Palermo. L’altra impresa compiuta insieme a Palermo fu la presa del Castello di Calatamauro.
Alcune storie popolari narrano delle crudeltà di quei giorni: gruppi di francesi rifugiati sulla montagna Vecchia, furono sorpresi nel giorno e uccisi; ad altri fu teso un tranello sul fiume Sosio.

I “Ghibellini” di Corleone accorsero a Marsala per difendere il porto da un’incursione angioina e parteciparono in varie occasioni alla lunga guerra del Vespro (1282-1372) che non si risolse con la pace di Caltabellotta.
Il senato di Palermo per premiare il coraggio dei Corleonesi, conferì alla città il titolo di “Soror Mea”.
Questo titolo fu dato a Corleone dopo che essa sostenne l’urto delle forze angioine sbarcate a Termini nel 1302.
La lunga guerra conclusasi con l’elezione di Re Martino al trono di Sicilia, subordinò questa carica all’impegno con la Spagna. Nel 1410 il Regno di Sicilia cessò in pratica di avere autonomia dalla corona spagnola.
La nobiltà “latina” aveva visto bene nel contrastare i “Catalani”. La lunga guerra tutta via, e il contrasto aperto con lo stesso Re, avevano negato una qualsiasi riconciliazione col risultato che la spagna ebbe alla fine campo libero, per la maggiore forza militare di cui disponeva.
Questo periodo di oblio per la cittadina coincise con una nuova vertenza sulle “Decime” ecclesiastiche che la Chiesa di Monreale pretendeva con la minaccia della scomunica.
A ciò si aggiunsero le pesanti gabelle di Re Martino che tutta via furono pagate con donativi e forti indebitamenti dell’intera città. La terra intanto si spopolava per la troppa miseria e le mura di Corleone si sgretolavano perché non c’erano soldi per ripararli. Alfonso I detto “Il Magnanimo” stabilì per Corleone la prerogativa speciale di “Giuris Dizione Regia” (cioè di invendibilità del suo territorio) con un decreto rimasto famoso: “se il Re vende o cede oda in commenda la terra o i castelli, Corleone può “glielo dice il suo Re”  ribellarsi, prendere le armi e resistere con la forza. Per i cittadini presenti e futuri, come per il Re presente e per i  futuri successori corre l’obbligo di rispettarla.
Questa prerogativa era stata ottenuta con un ingente esborso di denaro cui il Re non poteva non essere riconoscente. Ma come accadde anche in altri luoghi come la Sicilia, alla morte del Re questa prerogativa divenne lettera morta. Nel 1439 tuttavia la Civitas riuscì nuovamente a darsi un ordinamento autonomo che fu preso a modello da altre città libere di Sicilia.

La prima “vendita” di Corleone, contro ogni trattato e rispetto umano, fu compiuta dalla corona Regia nel 1440 allorché, con atto rogato in Palermo presso il notaio Antonio Candela, il viceré Battista Platomone vendette i territori di Corleone a Federico Ventimiglia per 19.000 Fiorini. Contro i Ventimiglia vi fu in seguito una sollevazione popolare ma ciò non impedì che la cittadina passasse nelle mani di Giovanni De Bonomia per 10.000 fiorini. Tra il XV il XVI secolo fu una continua compravendita della cittadina che finì per ben quattro volte nelle mani di mercanti genovesi e feudatari senza scrupoli. La cittadina più volte pagò il riscatto. Si ricorda anche di un episodio di “colletta” popolare, allorché un ricco Borghese originario di Corleone aveva avanzato l’offerta al Re di pagare lui la somma necessaria per “comprare” Corleone. Durante il moto del 1516 scoppiato a Palermo sotto la guida dello Squarcialupo, i Corleonesi si unirono ai ribelli, saccheggiando le proprietà delle famiglie più in vista della cittadina. Da quel giorno iniziò una “guerriglia strisciante” che lo stesso storico Colletto paragona agli scontri sanguinari tra Guelfi Bianchi e Neri nella Firenze di Dante.

Carlo V concesse tuttavia una serie di privilegi alla cittadinanza per sedare gli animi e ritrovare l’unità tanto desiderata. Le fu concesso infatti il titolo di “Civitas Animosa”, titolo che la città aveva meritato al tempo del Vespro. “Come seconda grazia i Corleonesi, implorarono dall’imprenditore, che il capitano d’armi fosse eletto tra i nobili della città che, avendo case, cavalli e servitori, non hanno bisogno di spillare denaro col vendere la giustizia, molto più ch’egli decide solo sulle cause criminali e queste sono poche …”
Durante il XVI secolo, Corleone fu ingrandita e popolata da nuovi nuclei familiari (1.353 fuochi e 6.118 anime), da un censimento voluto da Carlo V si evince la presenza di 6.118 abitanti, quindi Corleone non era per i tempi di allora una piccola città,  anche se la miseria aveva spopolato le campagne. Intanto Carlo V muore e gli succede il figlio Filippo che non si discosta dai suoi predecessori. Nel 1593 si verificò un terremoto che sconvolse l’abitato investendo i quartieri intorno le chiese di S. Nicola e SS. Salvatore. In precedenza si erano verificate altre scosse nel 1536-37 provocando numerose vittime. A questi eventi sismici che trasformarono interamente l’assetto del centro abitato bisogna aggiungere le paurose pestilenze del 1575-77 e del 1624-25 che spopolarono il territorio di Corleone, rendendolo malsicuro.
Scrive un frate cappuccino nel 1652: Nell’anno 1624 arrivò alli sfortunati popoli della città di Coriglione, una grandissima pestilenza, che li flagellò due anni e mezzo circa e furono tanto grandi e capiose le afflizioni, gli appestati, i morti, le lacrime e i dolori universali che non si possono a sufficienza notar in carta, né raccontar con lingua umana, né da quegli stessi uomini che videro e provarono questo flagello”.
Gli abitanti di Corleone dopo due anni di pestilenza, non sapendo più cosa fare, decisero di fare arrivare in paese una reliquia di Santa Rosalia che fu collocata nel monastero di Santa Maria Maddalena. Furono celebrate messe e funzioni per invocare la Santa per la fine della peste. Trascorsero altri sei mesi prima che la peste cessasse. Un altro grave problema si insinuò nella mente dei Corleonesi: sua maestà Filippo IV pignora Corleone e molte altre città del centro Napoletano e Siciliano ai mercanti genovesi. Corleone cerca un compromesso. Così Corleone comincia a discutere con il Re, per voce del pretore Sarzana e affrontò una vera e propria trattativa d’affari con la monarchia. Il paese paga al Re quanto richiesto e ottiene in cambio di non essere sottomessa a privati e restare sotto il reggio demanio.

Nel 1618 arrivò in paese la prima compagnia di fanteria spagnola e i soldati avevano preso l’abitudine di svaligiare i contadini che la sera tornavano dalla campagna. Mastro Filippo Latino, che sapeva tirar di spada, decise di mettere fine a questi soprusi e una sera li colse di sorpresa e li menò per salvare i diritti dei più deboli. La nobiltà non sopportava che un borghese facesse lo spadaccino, come uno di loro. Il problema si risolse perché Filippo decise di prendere i voti ed espiare i suoi delitti. Nel periodo di abbandono, di vuoto di potere da parte del governo centrale e la “latitanza” dei gruppi sociali più potenti, si costituirono le Corporazioni del Mestiere che oltre il tradizionale ruolo di difesa della propria maestranza sostituirono di fatto il potere del governo. In un primo momento le maestranze assolsero il compito di presidiare la città, poi gli stessi capi delle maestranze che avevano l’appoggio di ceti popolari acquistarono sempre più potere tanto da amministrare essi stessi la giustizia ordinaria. Corleone alla fine del XVII secolo occupava il trentunesimo posto tra le città Demaniali nel Parlamento Siciliano immediatamente dopo Salemi. Il 22 settembre 1619 il Comune assegnava trenta once annuali ai Padri Filippini per l’apertura di scuole (una era già stata aperta nel 1495). Altre scuole pubbliche furono aperte dai Gesuiti nel 1596. Nel XVII secolo era stato costruito un nuovo ospedale e la cittadina si era riempita di splendide chiese e monasteri (tra essi ricordiamo il Convento di Santa Maria di Gesù, di San Domenico, della Madonna delle grazie, dei Cappuccini, il monastero delle Clarisse, la Parrocchia di Sant’Elena, la Chiesa di Santa Rosalia) oltre un grande orfanotrofio e il Monte di Pietà. L’arrivo in città di nuovi ordini religiosi, aumenta il prestigio di Corleone. Il XVIII secolo non vide avvenimenti di rilievo nella cittadina tranne alcune sommosse scoppiate nel 1773 a causa della carestia. Re Ferdinando non amava la Sicilia e non ci aveva mai messo piede. Nel 1798 incalzato dai francesi si rifugiò alla corte di Palermo. Torna a Napoli nel 1802. Napoleone intanto incalza e si allea con gli altri stati contro la Francia. Ferdinando viene di nuovo scacciato e nel 1806 torna a Palermo. Lui pur di intascare denaro, promette tutto, ma nel 1815 abolisce la costituzione e unifica la Sicilia al Regno di Napoli, proclamandosi Re delle Due Sicilie. Arrivano al continente intanto, idee di libertà e uguaglianza. Sembra che riunioni segrete della Carboneria si tenessero nei conventi dei cappuccini e dei riformati. Fermenti rivoluzionari ben più gravi scoppiarono nel 1820. Tutto si svolse con una certa calma dopo il moto scoppiato a Palermo il 15 luglio. Il 21 luglio, infatti, nella sacrestia della Matrice si adunarono i capi delle famiglie più in vista della cittadina e decisero di formare una giunta provvisoria. La reazione popolare fu tutta via più cruenta e nello stesso mese fu dato alle fiamme l’archivio comunale. Altro grave fatto accadde negli ultimi mesi della rivolta poche settimane dopo che Ferdinando di Borbone aveva sbaragliato le truppe costituzionaliste con l’aiuto delle baionette austriache. Fu ucciso infatti il giudice Francesco Parlati, napoletano. Ferdinando I di Borbone muore nel 1825 e gli succede il figlio Francesco I che resta in carica 5 anni (muore nel 1830). A Francesco succede il figlio Ferdinando II.
A Napoli scoppiò un’epidemia di colera nel 1836 che decima la città e a Corleone arriva nel 1837. L’ospedale fu preparato nel convento di Santa Maria di Gesù e la malattia uccise un sesto della popolazione del paese. I siciliani il 12 gennaio del 1848 organizzarono una rivoluzione antiborbonica. Il moto risorgimentale del 1848 trovò Corleone ancora una volta pronta a fornire aiuto alla “gemella” Palermo: Francesco Bentivegna, corleonese, il 10 gennaio 1848, due giorni prima del moto scoppiato alla fieravecchia partì da Corleone con una squadriglia di uomini. I Corleonesi si distinsero negli scontri al Noviziato, a porta d’Ossuna, alle Finanze e al quartiere della Gendarmeria. Li guidava certo Luigi Zumbardo che assieme al Bentivegna costituiva il vertice rivoluzionario corleonese.
Tumulti scoppiarono anche in seno agli stessi rivoluzionari come dimostrano le cronache del 14 febbraio 1848, allorché una colonna di insorti diretta a Bisaquino fu fermata dalla guardia civica all’ingresso del paese. I Corleonesi furono gli ultimi ribelli a cadere nelle mani dei Borboni dopo la repressione del 1849. Erano fuggiti alla volta della Calabria e durante il loro trasbordo verso Corfù vennero “fermati” dalla flotta borbonica, tra loro si ricordano: Lo Piccolo Calogero, Basile Cosmo, Macaluso Giuseppe. Chi pagò per tutti nei giorni di repressone indiscriminata da parte dei Borboni furono due popolani rei di essere stati sorpresi armati dalla truppa. Tali erano Terranova Carmelo e Liggio Rosario, condannati il 22 dicembre 1849 al piano del Borgo di Palermo e sepolti dai cappuccini. Morto Re Ferdinando, nel 1859, rimase la voglia di combattere, Palermo, Corleone, Trapani, Marsala e altre città dell’isola insorgono nell’aprile del 1860. Queste sommosse convincono Garibaldi a muovere le sue “Camicie Rosse” e a sbarcare a Marsala l’11 maggio. Non erano proprio 1000 i soldati che arrivarono in Sicilia, ma 752 e appena arrivati diventarono 10.000 tra i quali c’erano i giovani di Corleone con a capo Ferdinando Firmatari dei Marchesi di Chiosi. Non tutti erano d’accordo con l’arrivo dei garibaldini e proprio a Corleone, una squadra di rivoluzionari diede fuoco al Municipio dove sventolava la bandiera tricolore. In realtà la popolazione non ne poteva più dei Borboni e vedeva in Garibaldi colui che avrebbe risolto i problemi. La città accolse con calore le truppe di Garibaldi capitanate dal Colonnello Giordano Orsini, che combatté una lunga battaglia tra le alture di Corleone contro i Borboni che fuggivano da Palermo dove stava arrivando Garibaldi. Si combatteva in tutta la Sicilia e la vittoria arrivò con la decisiva battaglia a Milazzo il 20 luglio. Il nuovo consiglio comunale di Corleone elegge sessanta nuovi consiglieri a presidente Giovanni Firmatari che nominò la commissione elettorale per il referendum sull’unità d’Italia.
Il risultato della votazione da consenso e anche la Sicilia vota per l’unità d’Italia sotto il regno di Vittorio Emanuele di Savoia. L’unità fu presto solo una delusione per i siciliani perché furono aggravati da tasse e dalla leva militare obbligatoria, fino ad allora formata solo da volontari. Questo portò a violente rappresaglie. A Corleone la situazione debitoria era tragica già prima della venuta di Garibaldi e dopo peggiorò. Si trattava di un debito pubblico in quanto il paese aveva dovuto sovvenzionare le guerre a tutti i Re prima di Vittorio Emanuele. Dunque il comune dovette cedere le sue proprietà e rendite per pagare i debiti. Nell’estate del 1862, Garibaldi, dopo due anni dalla vittoriosa spedizione dei mille, che aveva portato all’unità nazionale per reclutare uomini e mezzi per fare di Roma la Capitale d’Italia e scacciare definitivamente i Francesi e il loro sovrano Napoleone III che proteggeva Papa Pio IX. Giunto a Palermo, viene accolto da manifestazioni di entusiasmo popolare e riceve l’omaggio di una delegazione di rappresentanti della città di Corleone, tra cui il sindaco Bernardo Crescimanno, il sottoprefetto Angelo Paternostro, il marchese Giovanni Firmatari. Garibaldi il 10 luglio 1862, giunge a Corleone acclamato dalla popolazione in festa e dal balcone del palazzo della famiglia Bentivegna, di cui è ospite, annuncia e spiega l’obiettivo della nuova iniziativa politico-militare, cioè la sua intenzione di marciare su Roma contro il clero. Egli sintetizza la sua intenzione con uno slogan: “O Roma o morte”. Il generale si reca nella Chiesa Madre di Corleone per visitare la tomba di Francesco Bentivegna (1820-1856) patriota vicino alla mazziniana “Giovane Italia”, distintosi con tutta la famiglia nei moti per l’indipendenza del 1848, in seguito ai quali era stato nominato comandante militare e deputato della città al Parlamento Siciliano. Nel 1856 Bentivegna, dopo un’infelice conclusione di una sommossa antiborbonica, era stato fucilato a Mezzojuso. Garibaldi, così, ricorda ed elogia l’eroe corleonese avendo a fianco Giuseppe e Stefano Bentivegna, fratelli di Francesco, che guideranno nel luglio 1862 il reclutamento dei volontari per la spedizione che sarà precocemente interrotta sull’Aspromonte dall’esercito regio. Infatti i Savoia non appoggiavano più Garibaldi e mettevano al bando i suoi uomini dichiarando la Sicilia in stato d’assedio. Giuseppe Bentivegna, viene fatto prigioniero e Stefano si salva dall’essere ucciso in combattimento. Tornarono entrambi a Corleone l’ottobre dello stesso anno. L’organizzazione politico-militare organizzata da Garibaldi fu rapidamente smantellata. Nel 1866 vengono soppresse le proprietà ecclesiastiche. In Sicilia i due terzi della proprietà terriera erano in mano a corporazioni religiose. Queste terre, furono acquistate dalla borghesia capitalistica, che dopo l’acquisto non aveva più soldi per pagare chi lavorava la terra. Questo portò al fenomeno dell’emigrazione verso gli Stati Uniti. I contadini che si ribellarono furono chiamati “Briganti”. A Corleone in questo periodo, furono smantellate le opere religiose. Il convento dei Frati minori di Santa Maria di Gesù andò in rovina, il monastero delle Clarisse fu acquistato da Salvatore Sarzana e quello della Maddalena fu trasformato in caserma.
Dunque la vendita delle terre portò al fenomeno del latifondo e dell’emigrazione. Il socialista Bernardino Verro organizzo, a difesa dei contadini un circolo culturale chiamato “Nuova Età” e il 31 luglio 1893 il 1° congresso provinciale dei “Fasci Siciliani dei lavoratori”, dove furono approvati i “Patti di Corleone”, primo esempio di contratto sindacale scritto. In questi patti si definivano i termini della mezzadria e in genere del lavoro contadino. Verro organizzò scioperi sia a Corleone che nei comuni limitrofi. Questo non piaceva a Crispi, capo del governo, ai nobili proprietari terrieri e al loro “braccio armato”. Gli scioperi e i Fasci Siciliani, furono repressi e Verro con altri compagni fu arrestato. Uscito dalla prigione continuò a difendere le sue idee. Fu tante volte incarcerato ed esiliato, ma non abbandonò le sue idee e nel giugno del 1914 fu eletto sindaco. La mafia non tollerò ciò e il 3 novembre dell’anno successivo lo uccise. Qualche anno dopo un altro corleonese si occupò dei diritti dei contadini, Placido Rizzotto, un contadino semianalfabeta. Durante la seconda guerra mondiale si trovava con l’esercito nel nord Italia e dopo l’8 settembre del 1943 scelse di unirsi ai partigiani. Tornò a Corleone dopo la liberazione del 25 aprile del 1945. Le esperienze lo avevano segnato e non accettava la realtà corleonese, fatta da pochi padroni terrieri, dai mafiosi e dai miseri contadini. Viene eletto segretario della Camera del Lavoro e organizza rivolte e scioperi, finché i mafiosi decidono di farla finita con questi “sovversivi” e il primo maggio del 1947 cominciano a seminare terrore e uccidere i capi sindacali che gli erano contro. La sera del 10 maggio 1948 viene sequestrato e ucciso Placido Rizzotto. Siamo ormai vicini ai nostri giorni e tutti noi abitanti corleonesi siamo i protagonisti della storia della nostra città. Bambini, giovani, adulti insieme stiamo costruendo il futuro. Non possiamo però dimenticare il nostro passato, la storia che ci ha preceduto e che ci fa da maestra nella costruzione di un futuro migliore, dove i valori, gli ideali, le speranze, le aspirazioni, fanno da sostrato e stimolano la nostra voglia di vivere.

 

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